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04/12/08

Gli Ogm? Solo una piccola parte della produzione mondiale di colture di base

Fonte: WorldWatch, USA – Alice McKeown

Nel 2007 l’estensione delle colture transgeniche è cresciuta del 12% raggiungendo 114,3 milioni di ettari. Nonostante questo incremento, tuttavia, a 10 anni dalla loro prima comparsa sul mercato, gli Ogm occupano solo un modesto 9% della terra mondiale utilizzata per la produzione di colture di base e sono rappresentati da quattro sole coltivazioni commerciali (o “cash crop”): soia (51%), mais (31%), cotone (13%) e colza (5%). Dei 23 stati del mondo che nel 2007 hanno coltivato Ogm, 17 sono paesi a reddito alto e medio-alto e 6 sono a reddito medio-basso. Leader mondiale della produzione restano gli Stati Uniti seguiti da Argentina e Brasile. A grande distanza si trovano Paraguay e Uruguay, grandi coltivatori di soia gm e in misura nettamente minore di cotone e mais. L’India è al quinto posto con il cotone e la Cina, primo stato a coltivare una varietà commerciale di tabacco transgenico nel 1992, è rimasta considerevolmente indietro.

Due tratti genetici continuano a dominare il panorama degli Ogm nel mondo: la resistenza agli erbicidi e la resistenza agli insetti nocivi. Per quanto riguarda il primo tratto, la maggior parte delle colture sono state geneticamente modificate per resistere al glifosato, comunemente noto con il nome commerciale Roundup Ready. E’ da notare, tuttavia, che tra il 1996 e il 2004 l’uso di pesticidi è aumentato del 4% negli Stati Uniti. La diffusione di infestanti resistenti al glifosato, anche note come “super infestanti”, è stata segnalata in modo sempre più insistente man mano che cresceva la diffusione degli Ogm: le super infestanti hanno ora raggiunto le 15 specie, da 2 che erano negli anni ’90, e coprono, nei soli Stati Uniti, centinaia di migliaia di ettari di terra. Ciò ha indotto gli agricoltori a spargere sui terreni dosi più massicce di glifosato o a differenziare il tipo di erbicidi utilizzati.

Per quanto riguarda la promessa di migliori qualità nutritive e maggiori rese, a oggi non esistono sul mercato colture gm modificate a questo scopo. Al contrario, alcuni studi hanno evidenziato una diminuzione della resa agricola e messo in relazione il fallimento del cotone Bt in India con l’ondata di suicidi che ha scosso diverse regioni del paese. 

Le colture gm pongono diversi ordini di problemi: trasferimento di allergeni alimentari in specie differenti, diffusione accidentale e flusso genico delle colture gm, contaminazione di colture biologiche o convenzionali, sviluppo della resistenza in insetti e vegetali, tossicità per gli animali che si nutrono delle piante gm o entrano con esse in contatto. Un altro grosso problema è legato all’uso delle tecnologie di restringimento (GURT) che possono impedire l’espressione di un certo tratto genetico o rendere sterile le piante per impedire agli agricoltori di riprodurre gli Ogm o conservarli e seminarli per il raccolto successivo. Talvolta note come “sementi Terminator”, le tecnologie GURT possono causare ingenti danni ambientali e sono state oggetto di limitazioni, ma la ricerca su nuove varietà è tuttora in corso.

I possibili benefici sociali delle colture gm per i piccoli agricoltori e consumatori dei paesi in via di sviluppo non si sono ancora realizzati, in parte perché le grandi corporazioni dell’agribusiness hanno dominato la ricerca e lo sviluppo e detengono brevetti che rendono la ricerca pubblica lunga e costosa. La maggior parte degli investimenti, inoltre, ha riguardato un ristretto numero di colture e di tratti destinati all’agricoltura commerciale di grossa scala.

La FAO ha evidenziato un crescente “divario molecolare” tra gli stati industriali e quelli in via di sviluppo e ha sollecitato un cambiamento di rotta che tenga conto delle necessità dei paesi poveri e rafforzi gli investimenti su colture finora trascurate. Altri critici sostengono che la ricerca sugli Ogm costituisce una minaccia per il sapere locale e per la sperimentazione, due importanti componenti della sostenibilità agricola. Ciò ha indotto molti osservatori a chiedersi se la diffusione degli Ogm possa essere assimilata a una nuova Rivoluzione verde: durante la Rivoluzione verde, di cui oggi vediamo comunque gli effetti negativi, la ricerca era infatti condotta da centri pubblici e mirava a favorire l’accesso gratuito alla tecnologia per i più poveri, mentre la “Rivoluzione dei geni” è mossa soprattutto dal profitto.

La Monsanto esemplifica la crescente influenza dell’agribusiness e delle società di sementi: i suoi tratti gm sono presenti in più dell’85% della terra occupata da colture gm e la società controlla il 23% del mercato delle sementi protette da brevetto. La Monsanto è la transnazionale che più si è battuta perché agli agricoltori fosse proibito conservare le sementi per un nuovo raccolto. Una misura che aggrava la condizione di dipendenza degli agricoltori rispetto alle società sementiere e che ha consentito alla transnazionale di raccogliere decine di milioni dollari dagli agricoltori accusati di aver illegalmente conservato sementi gm, persino quando ciò era dovuto agli effetti della contaminazione.

Il recente aumento del prezzo dei generi alimentari ha indotto i media a guardare con interesse sempre maggiore alle colture gm. All’inizio del 2008, nonostante non vi sia alcuna coltura gm modificata per incrementare la resa agricola, industrie biotech come la Monsanto hanno iniziato a promuovere la loro tecnologia come parte della soluzione mondiale all’incombente crisi alimentare. Gli allevatori di bestiame e i produttori di mangimi sono entrati nella mischia chiedendo tempi di autorizzazione più brevi e più ampio ricorso alla tecnologia. Tuttavia un innovativo rapporto redatto da oltre 400 scienziati internazionali, pubblicato ad aprile del 2008 e sottoscritto da 50 stati del mondo ha messo seriamente in dubbio la capacità degli Ogm di far fronte alla crisi globale e ricordato l’esistenza di alternative e soluzioni più efficaci.

 

 

 

 

 

 
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