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11/12/08

In Messico la culla del mais contaminata dagli Ogm

Fonte: Le Monde - Joëlle Stolz

Allarme per la biosicurezza del mais in Messico: uno studio molecolare effettuato da ricercatori messicani, statunitensi e olandesi dimostra la presenza di geni provenienti da organismi geneticamente modificati in varietà di mais tradizionale coltivate in remote regioni dello stato di Oxaca, a sud del paese.

Le conclusioni dello studio redatto da Elena Alvarez-Buylla (Istituto di Oncologia dell’Università Nazionale Autonoma del Messico – UNAM) e da una decina di altri ricercatori saranno illustrate nel prossimo numero di Molecular Ecology.

Il lavoro potrebbe riaprire la polemica suscitata nel 2001 da un articolo molto controverso della rivista Nature, in cui i biologi David Quist e Ignacio Chapela dell’Università di Berkeley rivelarono che il mais tradizionale di Oaxaca, uno dei centri di origine del cereale, era stato contaminato da geni Roundup Ready (RR) e Bt della società statunitense Monsanto.

Nel documentario “Il Mondo secondo Mosanto”, Marie-Monique Robin ricorda il linciaggio mediatico che, su istigazione della più grande impresa di Ogm, investì Ignacio Chapela. Nature finì allora per pubblicare una ritrattazione, stimando che l’articolo dei due biologi non fosse sufficientemente documentato.

Sette anni dopo, sottolinea una recensione pubblicata su Nature del 13 novembre, il lavoro diretto da Elena Alvarez-Buylla conferma tuttavia largamente le loro conclusioni. I ricercatori, infatti, hanno rinvenuto transgeni in tre dei ventitrè campi della Sierra Nord di Oaxaca da cui provenivano i campioni analizzati nel 2001 e in altri due siti da cui sono stati prelevati nuovi campioni nel 2004.

La statunitense Allison Snow dell’Università della California, autrice nel 2005 di uno studio preliminare che sembrava contestare le scoperte di Ignacio Chapela e David Quist (subito sfruttato dai sostenitori degli Ogm), ha pubblicato sullo stesso numero di Molecular Ecology una nota di elogio in cui definisce “ottima” l’analisi molecolare condotta dall’equipe e dichiara che essa ha messo in evidenza “prove evidenti della presenza dei transgeni”. Un riconoscimento costato molta fatica. “Sono due anni che combattiamo per pubblicare i risultati del nostro studio”, ha dichiarato Alvarez-Buylla. “In tutta la mia carriera non avevo mai incontrato simili difficoltà! La pubblicazione di questi dati scientifici è stata fortemente osteggiata”. L’articolo era stato raccomandato per la rivista del National Academy of Sciences degli Stati Uniti dal biologo Jose Sarukhán, membro dell’istituzione e ricercatore all’UNAM, ma la proposta è stata rifiutata a marzo di quest’anno in quanto “rischiava di attrarre un’attenzione eccessiva da parte dei media per ragioni politiche estranee al tema dell’ambiente …”.

Ma com’è possibile che, nonostante la moratoria, i transgeni provenienti dagli Ogm abbiano potuto migrare nella profondità delle montagne di Oaxaca, nello stato di Sinaloa, maggior produttore di mais destinato al consumo umano, o a Milpa Alta, distretto alla periferia del Messico? Il mais transgenico è presente nell’1% dei terreni analizzati, una percentuale elevata per uno stato in cui il 75% del mais coltivato proviene da cereali selezionati dai contadini dal proprio raccolto.

La prima ipotesi è che qualche agricoltore abbia importato le sementi transgeniche in modo illegale. I sospetti si addensano sulla società Pioneer, grande fornitrice di sementi di mais ibrido, acquistate dal Messico agli Stati Uniti e distribuite ai piccoli agricoltori con programmi di aiuti governativi. I dati preliminari oggi disponibili indicano che un terzo delle sementi della Pioneer, di cui la Monsanto è riuscita a impedire qualsiasi etichettatura alla vendita, è contaminato da Ogm.

Gli autori dello studio chiedono che siano rafforzate le misure di biosicurezza per preservare le specie native del mais, soprattutto in Messico, centro di origine del cereale. Sarà necessario, dichiarano, dotarsi di laboratori realmente indipendenti e adattare i criteri dell’analisi molecolare alla realtà messicana piuttosto che affidarsi “ai metodi utilizzati in un paese dotato di un sistema agricolo tanto diverso come gli Stati Uniti”.

La loro maggiore inquietudine, tuttavia, è legata oggi al fatto che le case farmaceutiche intendono estrarre profitto dalle biomasse del mais utilizzandole come biorattori capaci di produrre sostanze come vaccini o anticoaugulanti. “Alla luce degli incidenti già verificatisi negli Stati Uniti” spiega allarmata Alvarez-Buylla, “ove la segregazione dei bioreattori degli Ogm è fallita, temiamo che il mais possa essere trasformato nella pattumiera dell’industria farmaceutica a detrimento della sua vocazione alimentare. Che faremo quando gli anticoagulanti arriveranno nelle tortillas messicane?”.

 

 

 

 

 

 
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