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Marzo 2009

L’era della “tossicogenomica predittiva”

Fonte: La  Notice d’Antidote, N° 18 - André Ménache

La maggior parte di noi conosce il dominio dell’epidemologia, ovvero lo studio dei modelli  di salute e di malattia all’interno delle popolazioni umane. E’ grazie a questa scienza, se intorno al 1950, è stato stabilito un legame tra il fumo di sigaretta e il cancro al polmone. I ricercatori Richard Doll e Austin Hill, infatti, esaminarono l’incidenza del cancro al polmone tra i medici britannici che avevano risposto a un questionario riguardante le loro abitudini sul fumo. Lo studio fornì dati sufficienti per identificare nel tabacco una fonte di rischio per la salute umana, con un livello di certezza prossimo a  quello degli studi clinici (1).

Questo meticoloso tipo di ricerca ricorda molto il lavoro del detective, alla ricerca di indizi in una vicenda criminale.

Una nuova epidemiologia

L’espressione “epidemiologia molecolare” è comparsa per la prima volta negli anni ’90, con l’integrazione della biologia molecolare nella ricerca epidemiologica tradizionale. Essa si definisce come “una scienza focalizzata sul contributo dei potenziali rischi genetici e ambientali, identificati a livello molecolare, alla causa, alla distribuzione e alla prevenzione delle malattie all’interno della famiglia e delle popolazioni” (2).

Nel XXI secolo l’epidemiologia potrebbe diventare molto diversa da ciò che è stata nel secolo precedente. Mentre, infatti, l’epidemiologia classica ha bisogno di tempi molto lunghi (spesso 10-20 anni, o più) per rivelare i risultati di un’indagine, oggi non abbiamo più questo lusso, impegnati come siamo in una corsa contro il tempo per cercare di identificare e di eliminare dall’ambiente le sostanze chimiche più tossiche. Nel corpo umano sono stati rinvenuti fino a 300 prodotti chimici di sintesi. Possiamo dunque ritenere che la maggior parte degli esseri umani, se non la loro totalità, sia contaminata da prodotti chimici industriali persistenti (3). La Commissione UE ha stabilito che circa il 70% di tutte le nuove sostanze valutate secondo l’attuale legislazione dell’Unione europea, presenta almeno una proprietà pericolosa. Essa ha concluso che una proporzione sconosciuta ma potenzialmente significativa di tutte le sostanze chimiche penetra nell’ambiente raggiungendo concentrazioni capaci di provocare effetti nefasti (4).

E’ chiaro, dunque, che siamo già nel mezzo di un’”epidemia chimica”, che vede alcuni individui più in pericolo di altri, per effetto di un’esposizione professionale (ad esempio, alcuni settori industriali) o di un’esposizione ambientale non evitabile (ad esempio, l’inquinamento chimico dell’acqua da bere in alcune parti del mondo).

L’apporto della tossicogenomica

La scienza della tossicogenomica predittiva potrebbe fornire ai responsabili del processo di regolamentazione, la “prova legale” necessaria a identificare i veleni peggiori tra le 30.000 sostanze che oggi si trovano nel mirino del programma di valutazione dei rischi tossici (REACH).

Invece di attendere che la gente si ammali per l’esposizione a sostanze tossiche, per poi valutare i danni quando ormai si sono verificati, la tossicogenomica identifica i geni che predicono la tossicità. Tali geni sono noti come “biomarcatori” e sono capaci di fornire un’allerta precoce sui possibili effetti nefasti molto prima che si produca un danno ai tessuti, la tossicità o la malattia (5).

Antidote Europe ha più volte raccomandato alla Commissione UE l’adozione di questo approccio.

Sostanze nocive: solo 15?

La prima fase del REACH è già iniziata con l’annuncio di un elenco comprendente 15 “sostanze estremamente preoccupanti” [“substances of very high concern” (SVHC)] (6). L’elenco comprende sostanze altamente cancerogene o che si trovano nell’ambiente da molto tempo. Il fatto che esse siano solo 15, tuttavia, è in sé motivo di inquietudine per il consumatore. Un elenco più realistico, contenente oltre 250 sostanze rispondenti ai criteri fissati dal REACH per la categoria SVHC, è stato proposto da una coalizione di ONG, ma è apparentemente rimasto ignorato (7).

Cosa possiamo fare

Stando così le cose, i cittadini possono cercare di tutelarsi mettendo in atto una strategia passiva e una attiva.

Quella “passiva” consiste nell’evitare alcune sostanze chimiche praticando un “consumismo illuminato”. Possiamo scegliere, ad esempio, di consumare prodotti alimentari contenenti la minore quantità possibile di sostanze chimiche indesiderate (additivi E, aspartame, glutammato ecc …) (8), o pochi o nessun pesticida (frutta e legumi da agricoltura biologica). Spingendoci più oltre, possiamo evitare prodotti chimici dannosi per la pulizia della casa o per la nostra igiene personale, scegliendo alternative rispettose dell’ambiente.

Quella “attiva”, invece, utilizza il sistema giudiziario. Esempi di azioni giudiziarie riguardanti sostanze chimiche includono i ricorsi intentati per i danni alla salute provocati dal piombo, dall’amianto o dai pesticidi (9).

Fino ad oggi, gli elementi di prova più importanti che potevano essere prodotti in tribunale, poggiavano su studi epidemiologici che stabilivano un legame tra l’esposizione a una certa sostanza chimica e i sintomi di una malattia. Di recente, ad esempio, è stato stabilito che l’insieme dei sintomi noti come “Sindrome della guerra del Golfo” è stato causato dalla piridostigmina bromuro, farmaco somministrato alle truppe per proteggerle dai gas nervini, e da alcuni pesticidi largamente usati – spesso sin troppo - per proteggere le truppe dagli insetti durante la guerra del Golfo (10).

Una visione che si va ampliando sempre di più, consente di considerare l’uso della tossicogenomica predittiva come elemento di prova da presentare in tribunale. Il paradigma sostanza-gene-malattia presenta un interesse del tutto particolare (11). La chiave per stabilire una relazione di tipo causale tra una sostanza o un gruppo di sostanze (cocktail) e l’insieme dei sintomi di una malattia è una base di dati, o, in questo caso, due. Una sarà necessaria per descrivere il comportamento e le caratteristiche dei nostri geni. Simili raccolte di dati già esistono e coprono 18.000 dei 25.000 geni che compongono il nostro genoma (12). La seconda, sarà alimentata dai dati clinici ottenuti dai registri degli ospedali, dei centri anti-veleno o dei campioni delle vittime (campioni di sangue, di urina, di capelli ecc …).

La questione è capire quando, non se, questa relazione sarà messa alla prova nel corso di un’azione legale, e prima avverrà meglio sarà.

Note:

(1) http://en.wikipedia.org/wiki/Aistin_Bradford_Hill

(2) www.pitt.edu/~kkr/molepi.html

(3) www.wwf.org.uk/what_we_do/campaigning/recent_successes/chemicals_and_health_campaign/index.cfm

(4) European Commission, Extended Impact Assessment, COM(2003)644 final, SEC(2003)1171/3, 29 October 2003, p. 27

(5) Gatziou E.T. et al, 2007, Journal of Applied Toxicology, volume 27, pages 302 - 309

(6) http://echa.europa.eu/doc/press/pr_08_38_candidate_list_20081028.pdf

(7) www.chemsec.org/documents/081021_what_is_the_sin_list.pdf

(8) Si veda la guida “Additifs alimentaires”, di Corinne Gouget - http://www.santeendanger.net/.

(9) www.ashcraftandgerel.com/toxtort.html

(10) www.opednews.com/articles/GULF-WAR-SYNDROM-RECOGNIZE-by-ALONE-081121-361.html

(11) http://ctd.mdibl.org/

 


 

 

 

 

 

 

 

 

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