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I rischi derivanti dalla diffusione di OGM in Europa ed in Italia
Gianni Tamino (Università di Padova)

In gran parte d'Europa ed in Italia le coltivazioni di piante transgeniche sono ancora sperimentali, senza autorizzazione alla commercializzazione, ma è autorizzata l'importazione soprattutto dagli Usa di alcune piante transgeniche, i cui derivati sono presenti in molti dei prodotti che acquistiamo nei supermercati e nei mangimi usati negli allevamenti di animali.
I vegetali transgenici importati nell'Unione Europea sono soprattutto mais, soia, colza, e tabacco e sono stati modificati per ottenere la resistenza a parassiti o la tolleranza a erbicidi. Tra questi, i primi tre riguardano direttamente il settore alimentare: mais, soia e colza, che, direttamente o coi loro derivati come additivi, oli di semi, amido di mais, lecitina di soia, finiscono poi nei prodotti più svariati (basti pensare che ogni anno l'Italia importa dagli Stati Uniti oltre un milione di quintali di soia, di cui poco meno della metà è di origine transgenica).
L'immissione sul mercato, senza un adeguato controllo preventivo, di organismi geneticamente modificati e la richiesta di brevettare tali organismi o tali tecniche, hanno creato una crescente preoccupazione nell'opinione pubblica per le conseguenze ambientali, sanitarie e sociali che potrebbero derivare da un'incontrollata diffusione di OGM, e per gli interrogativi di natura etica che tali manipolazioni suscitano.
Una delle maggiori preoccupazioni per agricoltori e consumatori è oggi la sempre più diffusa contaminazione da parte di OGM dei prodotti coltivati con metodi tradizionali o biologici, senza adeguate norme sull'etichettatura e sui controlli lungo la filiera produttiva.
Infatti, il Regolamento Europeo n. 49/2000 prevedeva di etichettare solo i prodotti che superano la soglia di contaminazione dell'1%. La spiegazione di questa soglia è nei "considerando" del regolamento: si afferma infatti che è impossibile escludere una contaminazione sia dei prodotti, ma anche delle sementi, durante la coltivazione, il raccolto, il trasporto, la conservazione e la lavorazione.
Questa contaminazione non è certo teorica, dato che negli essicatoi di mais delle regioni del nord est d'Italia si è già verificata da anni. Una prima causa può essere ricercata nella voluta contaminazione da parte delle multinazionali sementiere, che fin dalla fine degli anni '90 regalavano ai contadini sacchetti di semi transgenici. Ma oltre alla distribuzione gratuita di seme manipolato, altre potrebbero essere le cause di contaminazione: anzitutto le coltivazioni sperimentali, a causa della dispersione del polline, ma anche le sementi prodotte dalle multinazionali senza adeguata certificazione di essere esenti da contaminazioni. Il rischio è che, se non si ripulisce il settore agricolo nazionale da questo inquinamento genetico, il mais e la soia italiani rischiano di dover essere etichettati come transgenici e quindi le aziende che non vogliono utilizzare OGM, saranno costrette ad importare il prodotto naturale, libero da OGM. Sarebbe un grave colpo per l'agricoltura italiana che ha nella qualità il suo punto di forza, una qualità incompatibile con prodotti transgenici, che, per legge, devono essere assenti dall'agricoltura biologica.
Recentemente è stata approvata una nuova direttiva europea sugli OGM che tien conto del principio di precauzione, ma che richiede alcuni regolamenti attuativi e la Commissione Europea sta valutando di emanare un regolamento che, analogamente a quanto già previsto per i prodotti alimentari, consentirebbe una soglia di contaminazione anche delle sementi tradizionali, non modificate geneticamente. Ma una filiera ritenuta non-OGM, però con soglia di contaminazione (ad esempio 1%), rischia di porre notevoli difficoltà alla nostra agricoltura. Anzitutto le filiere sarebbero tre e non due: prodotti realmente OGM free, come previsto obbligatoriamente per prodotti biologici o per consumatori più esigenti, prodotti tendenzialmente non-OGM, ma con soglia di contaminazione, e, infine, prodotti transgenici, etichettati OGM.
Inoltre è indispensabile distinguere il concetto di soglia per prodotti finali, da utilizzare come cibo, rispetto a prodotti intermedi e soprattutto rispetto a sementi o, comunque, ad altri prodotti utilizzati per propagazione delle piante. Mentre una accidentale contaminazione presente nel cibo, come potrebbe riscontrarsi in un prodotto ritenuto OGM free, ma con soglia considerata accettabile, si esaurisce nel rischio per il consumatore (ad esempio rischio di intolleranze, allergie o intossicazioni), una contaminazione anche limitata nelle sementi, o in altro materiale di propagazione, da una parte determinerebbe un pericoloso rischio di inquinamento genetico in tutte le filiere e nelle varietà spontanee, con rischi per l'ambiente e per la biodiversità, ma dall'altra si ripercuoterebbe lungo tutta la filiera, fino ai prodotti finali (cibo consumato dai cittadini), con potenziale effetto amplificatore. Infatti se le sementi fossero inquinate poco meno dell'1%, ciò significherebbe che vi sono comunque centinaia di semi transgenici e quindi di piante per ogni ettaro coltivato, con il risultato di avere non solo transgenici i derivati delle piante ottenute da quei semi ma anche quelli delle piante da loro impollinate. Potenzialmente l'effetto moltiplicatore potrebbe vanificare qualunque ipotesi di filiere separate. La larga diffusione dell'inquinamento genetico, ammessa da tutte le più recenti ricerche e dal Regolamento europeo 49 del 2000 (considerando 4), non si risolve dunque accettando soglie di contaminazione nelle sementi, ma, al contrario, garantendo agli agricoltori l'acquisto di semi realmente esenti da OGM.
D'altra parte, a tutt'oggi, non sono disponibili metodi quantitativi ritenuti attendibili per valutare la reale percentuale di OGM contaminanti, per cui l'unico dato certo che si può avere dalle analisi di un campione è la presenza o l'assenza di OGM.

 
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