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ATTIVITA'

 

Enrico Moriconi
(veterinario, presidente ASVEP, consigliere Verdi Regione Piemonte)
WORLD SOCIAL FORUM Porto Alegre 2003

Il riduzionismo scientifico, come noto, è una esasperazione dell'approccio scientifico galileiano.
Nella visione riduzionista delle scienze rientra anche l'uso degli animali come modello sperimentale. Se infatti per il riduzionismo scientifico il lavoro di ricerca viene "ridotto" alla realizzazione di modelli sperimentali per supportare la costruzione di teorie è ovvio che non si facciano valutazioni circa l'effettiva utilità né di tipo etico, ovvero se il modello scelto è un essere in grado di provare dolore e sofferenza. Così la sperimentazione animale è un tipico esempio riduzionista in quanto si basa sul presupposto fallace che l'animale sia un modello sperimentale per la specie umana e che dall'esperimento su questo tipo di modelli si possano ricavare dati generalizzabili.
D'altra parte, se ciò che conta è esclusivamente il procedimento che porta ad un risultato, diventa difficile, se non impossibile, per gli altri ambiti della riflessione intellettuale, interloquire con il mondo scientifico, aperto solo a ragionamenti attinenti la fase sperimentale. Questo atteggiamento, limita enormemente la possibilità di controllo sociale.
Ad esempio l' utilizzo di animali per esperimenti scientifici, contestato sul piano etico da larga parte della società, viene sostenuto in base ad un ragionamento del tutto interno al mondo scientifico che su questo argomento non intende mettersi in discussione.
I temi legati alla sperimentazione riguardano dunque il rapporto tra la scienza e le decisioni umane ed entrano anche a pieno titolo nell'attuale dibattito sul rapporto tra paesi ricchi e paesi poveri del mondo.
Da ormai moltissimo tempo l'uso degli animali a fini sperimentali, viene contestato e ne vengono denunciati errori e falsità. Le voci contrarie a questa pratica sono, negli ultimi anni in continuo aumento. In verità le ragioni della sperimentazione con gli animali risiedono nello strapotere delle multinazionali del farmaco e nelle necessità, tutte interne al mondo della ricerca di mantenere in vita un sistema scientifico che si autogiustifica.

In campo farmacologico, l'uso degli animali viene contestato proprio sul piano metodologico. Come noto, la fase sperimentale di una farmaco, dopo le prove di innocuità sulle cellule, passa attraverso una prova sugli animali per poi arrivare a quella su volontari umani.
Questo percorso evidenzia da subito delle problematiche negative.
Gli animali danno risposte assolutamente diverse da specie a specie e quindi non possono essere un modello per l'uomo, specie ancora diversa.
Gli animali rispondono non solo con il loro metabolismo alla somministrazione dei principi attivi, ma anche con reazioni psichiche che possono condizionare la risposta sul piano fisico. La risposta può essere influenzata, come è stato dimostrato, dallo stesso comportamento del ricercatore o degli addetti agli stabulari, dallo stress che le persone, l'ambiente e la situazione impongono.
Le sostanze chimiche reagiscono in maniera diversa sui vari animali e sull'uomo. La penicillina ad esempio uccide le cavie; la morfina eccita il gatto; l'insulina provoca malformazioni in galline, topi e conigli; la Novalgina crea sovraeccitamento e perdita di bava nel gatto; l'aspirina è teratogena per gatti e topi.

Tutto questo ha portato e porta ad una fallacia dei risultati ottenuti, come dimostrano innumerevoli casi, a partire dal Talidomide per giungere fino al Lipobay. Il Dietilstilbestrolo è stato somministrato come antiabortivo per anni alle gestanti, prima di scoprire che provocava il cancro al seno; nell''82 è stato ritirato dal commercio un farmaco antiartritico, Opren, che non dava effetti negativi sulle scimmie ma aveva provocato 3500 casi di tossicità sull'uomo; nel '94 fu la volta del Bactrim, anch'esso regolarmente provato e poi accusato di essere responsabile di migliaia di morti in tutto il mondo; il Cronassial, sostanza sperimentata sugli animali, in Italia è stato ritirato dal commercio negli anni '90 quando si è constatata la sua pericolosità per le persone. C'è stato anche il caso della digitale, farmaco utile per le terapie cardiache, che è stata immessa in commercio con dieci anni di ritardo perché dannosa al cane.

La sperimentazione allo stato attuale non raggiunge nessuna vera sicurezza, ed infatti la vera sperimentazione è quella che viene effettuata sulle cavie volontarie umane o dopo che il farmaco è stato messo in commercio e si possono studiare le conseguenze del suo utilizzo. Solo in seguito è possibile sapere quale specie reagisce in maniera simile all'uomo, ma non prima. Infatti, scegliendo la specie che reagisce in un certo modo, posso dimostrare che è tossico o che al contrario non è tossico a seconda del risultato che mi interessa commercialmente: è sufficiente scegliere la specie che ha la reazione che mi interessa e portarla come esempio. Questo avviene perché, come detto in precedenza, le prove sugli animali non danno risultati direttamente sovrapponibili e utilizzabili per le persone.

In campo tossicologico, cioè la verifica della potenziale tossicità delle diverse molecole, la situazione è quasi grottesca, se si pensa che specie diverse reagiscono in forme totalmente antitetiche, l'una morendo e l'altra non risentendo alcun effetto per lo stesso principio attivo.
Anche in questo campo alcuni esempi fanno ben capire l'assurdità di queste pratiche. Il principi attivo dell'Amanita falloides, ad esempio, che è mortale per l'uomo, non fa alcun male al coniglio; i fosfati organici letali per la specie umana, non hanno effetti sui topi, il porcospino può assorbire quantità enormi di acido prussico senza conseguenze negative; l'arsenico non è velenoso per la pecora e la cicuta per il cavallo né la stricnina per le cavie.

In campo industriale, gli studi cioè fatti per i cosmetici e le altre numerose sostanze chimiche destinate a venire in contatto con le persone, ricadono nelle tipologie precedenti e ripetono l'errore di credere comparabile ciò che non lo è ovvero la risposta dell'animale con quella dell'umano.
Si può dire che l'attendibilità di queste prove non è più alta di quella della matematica probabilistica.

La sperimentazione didattica rappresenta una visione ottocentesca della scienza, quando gli studenti delle scienze naturali erano chiamati ad apprendere il funzionamento dei corpi attraverso la loro dissezione e c'è il sospetto che queste pratiche servissero anche a rafforzare l'animo dei discenti per far loro accettare più facilmente l'idea che gli animali sono assimilabili alla cose e che come tali si possono sacrificare per un interesse superiore.

In tutte le sue forme, la sperimentazione animale ignora, proprio per l'atteggiamento riduzionista, il tema della sofferenza animale. Di fronte alla odierna più diffusa sensibilità verso gli animali ed alle contestazioni della sperimentazione animale, molti sperimentatori affermano di far ricorso all'anestesia. Questa è una evidente deformazione della realtà.
L'anestesia viene eseguita talvolta per quegli interventi che richiedono la perfetta immobilità del soggetto, ma cessato questo scopo, le reazioni saranno osservate in piena coscienza dell'animale, che quindi proverà il dolore indotto. Se un esperimento deve durare più giorni è chiaro che l'animale deve poter svolgere le sue funzioni fisiologiche per verificare l'evoluzione della ricerca e quindi non potrà vivere in uno stato anestetico. D'altra parte la normativa in materia anche quando prevede l'anestesia, lascia completa libertà allo sperimentatore di decidere se applicarla o meno. Così se lo sperimentatore afferma che l'anestesia può alterare i dati della ricerca può decidere di far soffrire l'animale.

Come abbiamo visto dagli esempi riportati la sperimentazione animale significa sofferenza e dolore per gli animali e non dà neppure certezze per la salute umana.

Al giorno d'oggi queste sperimentazioni sono soprattutto difese per mantenere gli enormi interessi economici che vi ruotano attorno. Il giro d'affari è molto alto, si provi a pensare quante attività e produzioni sono collegate alla pratica della sperimentazione animale: laboratori specializzati in queste prove e che vivono solo di questa attività, allevamenti per la produzione degli animali standard per le prove, ditte produttrici di alimenti appositamente selezionati, produzione delle gabbie di stabulazione, ecc. Oltretutto è un settore molto chiuso alla concorrenza e quindi con prezzi stabiliti dal cartello dei produttori che non hanno difficoltà a imporre le loro esigenze.

Eppure da molti anni a questa parte esistono metodi alternativi che potrebbero quanto meno iniziare a risparmiare molta della sofferenza animale.
Solo per dare qualche idea di che cosa significano in termini di quantità di animali sacrificati per queste pratiche: la Cina denunciava 3 milioni di animali utilizzati nel '90, l'Italia 1 milione trecentomila nel '91, un milione la Svizzera. E queste sono i dati ufficiali, spesso i dati veri sono più del doppio come dimostrano ricerche di molte associazioni impegnate per abolire la sperimentazione (ad esempio l'associazione giapponese antivivisezione denunciava che, a fronte dei circa 8 milioni di animali denunciati ufficialmente nel '87, le stime parlavano invece di 20 milioni).

Per la farmacologia le alternative sono nelle prove su tessuti coltivati in vitro o sulle cellule, molti sono già usati¸ basterebbe pertanto soltanto abolir l'obbligatorietà del passaggio del test sulle cavie animali, e passare subito alle prove sulle persone, che, come detto, già ora sono quelle dirimenti.
Una forma di risparmio di dolore sarebbe poi la non obbligatorietà della ripetizione delle prove. In base alle leggi attuali lo stesso farmaco prodotto in un paese, quando viene prodotto e messo in circolazione in un altro, pur se è assolutamente identico, deve ripetere tutto l'iter autorizzativo. Come si può immaginare si tratta di una crudeltà ancor più inutile.

Così la sperimentazione dei prodotti cosmetici, da sempre ritenuta praticamente inutile, potrebbe essere superata. I test potrebbero essere sostituiti agevolmente con prove su colture tissutali o cellulari. L'Unione Europea aveva assunto l'impegno di abolirla entro l'anno 2000. Purtroppo sotto la pressione degli interessi di coloro che vivono sulla sperimentazione, l'abolizione di queste pratiche è ulteriormente slittata nel tempo. In questi giorni però l'Unione Europea ne ha finalmente decretato la messa al bando anche se solo a partire dal 2009.

Per quanto riguarda la didattica è solo la mancanza di volontà che non fa eliminare l'uso di animali vivi. Oltretutto questo campo si presta benissimo all'utilizzo di nuove tecnologie. Con le nuove forme di comunicazione, video, cd rom ecc., è possibile presentare agli studenti gli animali nell'espletamento delle loro funzioni fisiologiche ed etologiche. Per l'anatomia poi si può ridurre moltissimo il sacrificio degli animali perché con l'uccisione di un solo soggetto, se proprio inevitabile, si possono realizzare migliaia di video. È evidente che con il video aumenta anche la fruibilità per gli studenti che possono agevolmente visionare il materiale.

Val la pena di riflettere su di un evento recente. In Italia nel corso di una intervista legata all'uso di farmaci il Professor Garattini di un Istituto di ricerca ha detto che molti farmaci, almeno il 50 %, sono inutili e quindi non necessari. Questa affermazione smentisce le asserzioni dello stesso professore riguardo alla sperimentazione animale, della quale è un fervido sostenitore. Se infatti molti farmaci sono inutili, se non dannosi, ne discende che la sperimentazione non è utile per determinare la qualità del farmaco o la sua utilità. Nel caso poi di farmaci inutili non si comprende perché si devono sacrificare milioni di esseri viventi per produrre qualcosa che non serve a nessuno se non alle imprese farmacologiche.

La sperimentazione animale contribuisce a mantenere il predominio delle multinazionali in campo farmacologico.
L'insieme delle prove con gli animali, per tutti i motivi che si sono ricordati, costituisce un onere economicamente gravoso a cui solo strutture dotate di sufficienti mezzi economici possono far fronte. Se una piccola industria individua una molecola o un principio attivo di particolare interesse si trova così in estrema difficoltà per riuscire a brevettare il suo ritrovato e la strada più semplice è quella di cedere il brevetto ad una impresa più grande, naturalmente una multinazionale. Così queste, che già sono le più attive nell'investire nella ricerca, sfruttano anche il lavoro degli altri.
In questo sistema le spese per questi test costano ma diventano una specie di assicurazione contro la concorrenza.
La sperimentazione sugli animali viene usata anche per giustificare il sistema dei brevetti dei farmaci, sistema che sta causando gravissime conseguenze ai paesi poveri che si trovano ad affrontare ad esempio il dilagare dell'Aids senza poter contare su farmaci con prezzi accessibili perchè le multinazionali rivendicano i loro guadagni.
Il loro ragionamento è semplice: affermano di sostenere molte spese, non ultime proprio quelle della sperimentazione e d'altra parte eventuali altri farmaci non provati non possono esser messi in vendita. La brevettabilità sarebbe quindi giustificata dalla necessità di recuperare le uscite. In questo modo le imprese possono vendere ai prezzi da loro imposti a tutti i paesi del mondo.
Le conseguenze per quanto riguarda la lotta all'Aids sono purtroppo sotto gli occhi di tutti con interi paesi che si trovano in preda alla malattia ma non hanno la possibilità economica di accedere ai farmaci.
I principi attivi dei farmaci provengono nella maggior parte dei casi da molecole di derivazione naturale e solitamente sono i paesi più poveri a detenere una più ricca biodiversità. I farmaci possono essere commercializzati solo previa autorizzazione e relativi test. Ciò significa che la ricchezza dei paesi poveri sarà sfruttata solo dalle multinazionali che possono pagarsi queste cose e gli unici che potranno permettersi l'acquisto di questi farmaci saranno le popolazioni ricche. La ricchezza naturale dei paesi poveri sarà così ancora una volta unicamente al servizio dei paesi ricchi.

La sperimentazione animale più che una vera utilità per la salute e la sicurezza delle persone diventa uno scudo protettivo per le multinazionali del farmaco, che, è bene ricordarlo, producono il 15 % del Pil totale delle industrie chimiche, le quali, nel loro insieme, rappresentano il settore produttivo più redditizio del pianeta.

Ragionare e criticare la sperimentazione animale non è quindi solo una questione etica seppur pienamente giustificata, ma diventa anche una forma di lotta contro le conseguenze negative della globalizzazione su uno dei temi più gravi e dolorosi che è quello della lotta alle malattie nei paesi più poveri.

 
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