NO ALLA VIVISEZIONE: COME AGGIRARE IL MURO DELLA CONNIVENZA POLITICA
La vicenda della Legge Regionale dell'Emilia Romagna contro la vivisezione dimostra ampiamente come gli interessi che ruotano attorno a questa pratica, diffusa ed incivile, sappiano trovare strade giuridiche per avere la meglio, anche sulle decisioni di organismi legiferanti eletti dal popolo, come è appunto un Consiglio Regionale.
Tengo in questa occasione, ricordare brevemente la circostanza che ci ha portato a presentare in Emilia-Romagna una legge contro la vivisezione, legge che è stata approvata con una portata molto più limitata e parziale rispetto al testo da me presentato in un primo momento.
In Emilia Romagna, e precisamente a San Polo d'Enza, in provincia di Reggio Emilia, esiste un allevamento di cani beagle, allevati e venduti espressamente per essere utilizzati a fini di sperimentazione.
Contro questo allevamento, una volta scoperto per un caso fortuito l'ignobile commercio, si mobilitarono immediatamente le associazioni e le persone sensibili ai diritti degli animali: vennero organizzate molte manifestazioni, petizioni, articoli sulla stampa locale e nazionale, ma purtroppo non si raggiunsero risultati concreti.
L'allevamento rimase, i proprietari replicarono sulla stampa reclamando il loro diritto a continuare il commercio di questi poveri animali. I picchetti degli animalisti all'esterno dell'allevamento impedivano la partenza di nuovi carichi verso i laboratori, ma gli animali continuavano ad essere costretti a restare all'interno della struttura, nonostante il presumibile aggravarsi delle condizioni igieniche dei cagnolini.
Spinta da questa emergenza, ho pensato di predisporre una proposta di legge che vietasse la possibilità di allevare e commercializzare animali per la sperimentazione nel territorio regionale, proposta di legge che venne sottoscritta anche da un esponente della minoranza.
Durante l'iter di approvazione, questo progetto di legge venne molto rimaneggiato, tanto che il divieto di allevamento e di commercio venne vietato su tutto il territorio regionale, ma soltanto per cani e gatti.
La legge approvata, dunque, è terribilmente parziale ma in definitiva ci consentì di intervenire contro l'allevamento di beagle.
Nella legge una parte molto interessante riguarda il divieto di vivisezione a scopo didattico su tutti gli animali, eccetto i casi autorizzati dalla Regione nell'ambito di specifici accordi con le Università. La Regione si impegnò a diffondere metodologie di sperimentazione che escludevano l'utilizzo di animali, prevedendo per questo anche uno specifico impegno di spesa.
Nonostante questo provvedimento non fosse esaustivo, ma parziale, le prese di posizione contrarie alla legge non si fecero attendere, in primis quelle delle quattro Università della nostra Regione, Bologna, Ferrara, Modena e Parma, che in nome della libertà di ricerca scientifica intervennero presso il Presidente del Consiglio dei Ministri per chiedere il blocco di questa legge. Cito dalla lettera che i quattro rettori inviarono al Governo: "Interventi quali quello della Regione Emilia-Romagna determinerebbero un danno grave, non solo alla ricerca nella Regione Emilia Romagna ma più in generale alla ricerca in Italia".
Il Governo Italiano, su pressione di tutti coloro che ritenevano che una tale legge avrebbe aperto la strada alla messa in discussione della pratica della vivisezione, decise così di ricorrere alla Corte Costituzionale. La legge venne impugnata nella convinzione che la Regione non avesse titolo per legiferare in modo diverso rispetto alla Direttiva europea n° 86/609 e al Decreto legislativo n° 6/92 che recepisce in Italia tale direttiva, ritenute uniche norme di riferimento.
L'Avvocatura dello Stato ha così sostenuto, in primo luogo, che la legge regionale avrebbe violato il primo comma dell'art.117 della Costituzione, perché non avrebbe rispettato la normativa stabilita in materia dall'ordinamento comunitario e recepita dalla legislazione italiana.
Secondo i ricorrenti, la disciplina regionale avrebbe la grave colpa di porre in essere "un divieto generalizzato di allevamento, utilizzo e cessione di cani o gatti a fini di sperimentazione", nonché dell'utilizzo di "pratiche di vivisezione a scopo didattico su qualunque tipo di animale", prevedendo in materia anche "sanzioni amministrative pecuniarie di rilevante entità", mentre la direttiva europea fisserebbe soltanto "regole fondamentali, tali da ridurre al minimo le sofferenze e gli abusi nei confronti degli animali allevati od utilizzati a scopo sperimentale" e l'attuazione nazionale, pur senza porre un divieto assoluto agli esperimenti, aggiungerebbe "ulteriori elementi di rafforzamento della tutela degli animali". La legge regionale venne inoltre censurata sotto il profilo del primo comma dell'articolo 33 della Costituzione, relativo alla libertà scientifica, poiché porrebbe un ostacolo assoluto alle ricerche scientifiche del tipo in oggetto, "a prescindere delle caratteristiche o modalità" del loro svolgimento.
Questi gli argomenti, e nonostante la Regione Emilia-Romagna avesse attivato una difesa legale della sua legge, la Corte Costituzionale si pronunciò dichiarando l'illegittimità costituzionale degli articoli 2, 3 e 4.
Contro una sentenza della Corte Costituzionale non è possibile, come forse saprete, ricorrere. L'unica cosa possibile ora è la riproposizione di una nuova legge, che però non può contenere esattamente gli stessi enunciati.
Ma è evidente che si rende necessario intervenire al più presto alla modifica della attuale norma nazionale, anche e soprattutto alla luce di quanto affermato in un parere della Direzione generale ambiente della Commissione europea, e cioè che la direttiva europea non limita il diritto degli stati membri di applicare o adottare misure più rigide per la protezione degli animali utilizzati a fini sperimentali o per il controllo e la limitazione dell'uso di animali per esperimenti.
Daniela Guerra
Consigliere Regione Emilia-Romagna
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