Newsletter 2/10

Metodi alternativi e nuova tossicologia
Estratti di un’intervista a Thomas Hartung, già direttore del Centro Europeo per la Convalida delle Alternative alla Sperimentazione Animale (ECVAM) e oggi direttore del Centro per le Alternative alla Sperimentazione Animale della Johns Hopkins University
Fonte: New Science (National Anti-vivisection Society)

Cosa la spinge a impegnarsi per lo sviluppo delle alternative ai test su animali?
Desidero far progredire la scienza della valutazione del rischio e renderla più umana affinché possa tutelare la sicurezza dei pazienti e dei consumatori oltre che il benessere degli animali. Ritengo che i metodi alternativi siano i precursori di una rivoluzione imminente nel campo delle scienze della valutazione del rischio. I metodi alternativi possono svolgere una funzione pilota rispetto alla nuova tossicologia e per il quality assurance nelle scienze biologiche in generale. E’ questa la direzione in cui deve muovere la scienza: stiamo pubblicando veramente troppo; quel che non è riproducibile è irrilevante o semplicemente artefatto.

Quali ostacoli impediscono ai ricercatori che operano nelle università o nelle società farmaceutiche di utilizzare metodi alternativi al posto della sperimentazione animale?
Vi sono diversi ostacoli: tradizioni, obblighi normativi, carenza di informazione sulle opportunità. D’altra parte, però, molti fattori premono per il cambiamento. La rivoluzione delle biotecnologie e dell’informatica che ha fornito nuovi strumenti, le società che commercializzano tali strumenti e pressioni normative come la legislazione sul benessere animale, REACH e il 7° emendamento della Direttiva sui cosmetici (divieto totale di sperimentazione sugli animali indipendentemente dalla disponibilità di alternative). Inoltre, la necessità di incrementare la velocità con cui si sperimenta e la crescente consapevolezza dei limiti dei test oggi utilizzati hanno un peso notevole.

Quali sono i vantaggi di usare metodi che non contemplano l’uso di animali in tossicologia?
Semplicemente quello di superare i limiti della sperimentazione animale. Limiti non soltanto di natura etica: i test su animali sono costosi, richiedono molto tempo e producono spesso risultati errati. Alcuni sono stati sviluppati 40-80 anni fa, soprattutto nel campo della tossicologia regolatoria. Nel frattempo abbiamo maturato un insieme nuovo di conoscenze sui meccanismi, i target molecolari e le modalità di azione.

Pensa che la sperimentazione animale cesserà un giorno di essere un obbligo normativo nella sperimentazione dei farmaci?
Sì, è ormai evidente come prendere decisioni errate danneggi il processo di sviluppo dei farmaci. Eliminare sostanze valide dal processo di sviluppo significa anche uccidere persone. Inoltre, più della metà dei nuovi farmaci è costituito da proteine umane o anticorpi per proteine umane e ciò rende inutile l’approccio tradizionale.

Ritiene che gli esperimenti su primati non umani possano essere sostituiti? Se sì, come?
Abbracciando una sperimentazione basata sull’uomo e dunque superando la sperimentazione su primati non umani, ad esempio con la tecnica del microdosaggio. Il fatto che si usino sempre più spesso proteine umane sta certamente incoraggiando l’uso dei primati nella sperimentazione, ma la tragedia provocata dall’anticorpo TeGenero (TGN1412), risultato innocuo sui primati a dosi 500 volte superiori a quelle umane, e che ha quasi ucciso all’istante i primi sei volontari umani, ha dimostrato che anche questa forma di sperimentazione produce risultati discutibili.

Ritiene anche lei che l’uso degli animali nella sperimentazione sia un dogma scientifico che deve essere messo in discussione?
Non la considero un dogma, qualcosa che deve essere considerato vero senza riserve. La considero uno strumento con limiti sempre più evidenti. Più rendiamo evidenti tali limiti e sviluppiamo altri strumenti, meno utili e meno usati risulteranno questi strumenti.

Autismo: urgente un cambiamento di rotta
Fonte: Claude Reiss - (La Notice d’Antidote, marzo 2010)
Le cause dell’autismo devono essere ricercate nel periodo prenatale, ma non in termini di fattori genetici. L’esposizione della donna ad alcune sostanze chimiche può spiegare l’insorgere del disturbo nel bambino.

Probabilmente causato da una cattiva organizzazione delle cellule neuronali e delle loro interconnessioni al momento della messa a punto del sistema nervoso centrale durante l’embriogenesi, l’autismo è stato a lungo imputato a fattori di ordine genetico, soprattutto in considerazione della sua maggiore incidenza tra bambini di sesso maschile. Negli anni ‘80, tuttavia, l’avvento di metodi di diagnosi affidabili ha consentito di rilevare come il numero dei soggetti colpiti dal disturbo sia aumentato vertiginosamente tra gli anni ‘70 e il primo decennio del 2000*, permettendo di formulare un'ipotesi diversa, che guarda al ruolo delle sostanze chimiche ingerite, inalate o diversamente assorbite dalla donna durante il periodo della gestazione.
Come identificare le sostanze chimiche che possono causare l’autismo? La sperimentazione animale è sicuramente da escludersi in quanto nessuna specie può essere modello biologico affidabile per un’altra e, inoltre, nel caso specifico, sarebbe complicato distinguere un topo autistico da uno che non lo è. Poiché anche la via della sperimentazione su volontari umani è evidentemente impercorribile, non resta che quella di sperimentare le sostanze su campioni biologici di origine umana, in particolare su cellule neuronali. E’ questo ciò che Antidote Europe ha fatto sei anni fa. Il Comitato scientifico francese ha selezionato alcune cellule neuronali sviluppate in coltura e analizzato il comportamento di otto geni marcatori di neurotossicità: tre essenziali per lo sviluppo dell’architettura neuronale del feto e del bambino, tre per la comunicazione neuronale, uno per lo sviluppo dell’amiloidosi (all’origine delle malattie neurodegenerative), e uno implicato nella sintesi dell’ormone steroideo (per esplorare le cause dell’importante differenza di genere nel rischio di autismo). Ne è emerso che il comportamento della maggior parte dei geni esaminati risultava gravemente alterato da alcune sostanze chimiche: il bisfenolo A, l’acrilamide, il 2-butossietanolo (solvente utilizzato nei cosmetici), il 3-aminofenolo (colorante per capelli) e tutta una serie di pesticidi.
Le tecniche genomiche oggi disponibili permetterebbero di raffinare e ampliare i termini della ricerca selezionando un numero più elevato di geni marcatori, più cellule neuronali umane, una maggiore varietà di tempi di esposizione e di concentrazione delle sostanze. Ma i fondi scarseggiano o sono sperperati, mentre la sorte delle generazioni future meriterebbe senz'altro il varo di un piano di ricerca ad hoc, non meno urgente di quello contro il cancro o l'Alzheimer.

*In Francia negli anni ’70 si contavano 5 persone colpite da autismo su 10.000; 16 negli anni ‘90; 23 nel 2003; 60 nel 2009.

Il punto sulla revisione della Direttiva 86/609

Fonte: Dr Hadwen Trust
Nel 1986 la Commissione europea ha adottato la Direttiva 86/609/CEE per la “protezione degli animali usati a fini sperimentali o ad altri fini scientifici”. Ogni stato membro ha l’obbligo di recepire tale Direttiva all’interno della propria legislazione nazionale. La Direttiva (e la corrispondente legge nazionale degli stati membri) ha suscitato critiche sempre più accese perché non tutela gli animali da esperimenti dolorosi e letali, ma tutela piuttosto i vivisettori dal rischio di essere legalmente perseguiti in base alle norme che puniscono atti di crudeltà contro gli animali.

Un vero inganno
Nel corso del 2006 e del 2007 la Commissione ha preparato la strada alla revisione della Direttiva 86/609, chiedendo a esperti e a cittadini di inviare commenti. A novembre del 2008 la Commissione ha adottato una bozza di testo per la revisione. Nonostante l’impegno eroico dei gruppi antivivisezionisti, la proposta di revisione è risultata essere per molti aspetti peggiore della legislazione originale. Ciò che è risultato dolorosamente chiaro nel corso dei cruciali dibattiti parlamentari, inoltre, è che al momento del voto la gran massa dei deputati al Parlamento europeo si è piegata alle pressioni dell’industria.

Tappe successive
Il 5 maggio 2009 il Parlamento europeo ha adottato in prima lettura il testo della bozza di revisione. Una volta approvata dal Parlamento e dal Consiglio dei Ministri, la bozza sostituirà definitivamente la Direttiva 86/609. Ciò potrebbe accadere a breve.

Di male in peggio
Uno dei pochissimi punti positivi dell’originale Direttiva 86/609 è costituito dall’articolo 7.2. Questo stabilisce: “Si eviterà di eseguire un esperimento qualora per ottenere il risultato ricercato sia ragionevolmente e praticamente applicabile un altro metodo, scientificamente valido, che non implichi l’impiego di animali”. Il testo proposto per la revisione, tuttavia, sembra voler gravemente compromettere questo punto cruciale in quanto:
indebolisce il carattere coercitivo della “clausola sulle alternative”. Secondo l’attuale Direttiva UE gli stati membri sono tenuti a usare metodi alternativi non basati su animali se questi sono disponibili. L’articolo 4.1 della bozza di Direttiva attenua il carattere coercitivo di tale obbligo stabilendo soltanto che ciò deve avvenire “ogni qualvolta possibile”. Ciò costituisce una modifica sottile ma altamente significativa del linguaggio legislativo che può consegnare agli stati membri facoltà molto più ampia di ignorare o rallentare l’implementazione delle alternative.
Consente agli stati membri di ritardare l’implementazione delle alternative fino a quando non siano state riconosciute dalla legislazione comunitaria mediante un processo amministrativo che può durare anni
. L’articolo 7.2 dell’attuale Direttiva prevede chiaramente: “Si eviterà di eseguire un esperimento qualora per ottenere il risultato ricercato sia ragionevolmente e praticamente applicabile un altro metodo, scientificamente valido, che non implichi l’impiego di animali”. La bozza proposta cancella completamente questa frase e stabilisce che le alternative devono essere utilizzate solo dopo essere state “riconosciute dalla legislazione comunitaria” (articolo 13.1). Gli stati membri, quindi, non sono più tenuti a implementare le alternative non appena scientificamente validate, ma devono attendere che i test passino attraverso il lungo processo amministrativo che ne consente l’inclusione nel quadro legislativo europeo.
Limita la portata della “clausola sulle alternative”. La bozza non prevede che le alternative siano applicate a tutti gli esperimenti e lascia fuori, in particolare, quelli effettuati nell’ambito della ricerca di base in cui si utilizza la maggior parte degli animali. La legislazione comunitaria riconosce solo le alternative ai test tossicologici e di sicurezza, ma i test di tossicologia costituiscono solo circa il 10% di quelli totali. Per il resto, pertanto, principalmente per quanto riguarda gli esperimenti utilizzati nella ricerca base, l’obbligo di usare le alternative disponibili agli esprimenti su animali semplicemente non sarebbe più applicabile.
Indebolisce di riflesso anche la legislazione nazionale sulle alternative: l’articolo 2.7 della bozza, infatti, sottrae agli stati membri la facoltà di mantenere standard più elevati o di introdurne di più forti in aree diverse da quelle dell’”alloggiamento e della cura”.