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OGM, prima tappa
nella strategia di controllo del mercato globale del cibo

Già nel 1997 George Monbiot, parlando di Ogm, scriveva su “the Guardian”: “ Con rapidità sorprendente un gruppetto d’imprese sta cercando di prendere il controllo della produzione e commercializzazione della merce più importante del mondo: il cibo (…) minacciando le ultime due roccaforti in grado di opporvisi: la normativa degli Stati e la libera scelta dei consumatori.”

Le promesse fatte sugli Ogm, dalle multinazionali biotech, di un’agricoltura più produttiva e meno inquinante, sono ormai state smentite da numerosi dati scientifici, che rivelano invece una riduzione della produttività del 10% circa  ed un uso quadruplicato di diserbanti chimici: infatti la maggioranza degli Ogm, essendo modificati per “resistere” all’azione dei diserbanti, ne incentiva l’uso (consultare il rapporto IAASTD dell’ONU firmato da 400 scienziati indipendenti). La domanda che sorge fatalmente a questo punto è: “Allora perché?”
Uno sguardo agli eventi degli ultimi quindici anni potrà essere illuminante.

Come è stata aggirata la normativa

Le aziende chimico-farmaceutiche - divenute anche “biotech” per soddisfare la loro ricerca continua di nuovi mercati - hanno ottenuto, grazie all’azione sul mondo politico di lobby potentissime, che il lancio di piante e animali geneticamente modificati fosse accompagnato, sia in USA che in UE, dal varo di nuove leggi brevettuali: quelle che, con il pretesto della modifica genetica, hanno consentito i brevetti sulla materia vivente. Questa rivoluzione, o “mostruosità” giuridica, che permette al detentore del brevetto di riscuotere copiosi diritti ad ogni risemina (il brevetto si estende a tutta la discendenza) ha il fine di consentire ad un numero ridotto di aziende il controllo della produzione e della distribuzione del cibo nel mondo intero. Ha anche il fine di privatizzare il bene comune in assoluto più importante: la materia vivente del pianeta. In questa strategia le multinazionali sono sempre state aiutate da organismi internazionali, non elettivi, che sfuggono al controllo democratico, come il WTO e come l’EPO, Ufficio Europeo dei Brevetti, giunto fino a modificare, nel ’99, la Convenzione Europea dei Brevetti - sulla quale esso era stato costituito, senza il voto dei paesi aderenti.

Il controllo su tutta la filiera: dalla semina fino al piatto.

Ma le aziende biotech, poco dopo, sono andate ancor oltre, nel chiedere brevetti su piante e animali ottenuti con metodi tradizionali, senza uso di biotecnologie, come pure nel voler coprire ogni fase della produzione, dal campo fino al piatto. Dobbiamo alle Ong che a Monaco di Baviera presidiano l’EPO il ritiro del brevetto già concesso sul riso Basmati e il rifiuto per quello sull’albero di Neem. Tuttavia, le richieste di brevetti su prodotti tradizionali sono raddoppiate tra il 2007 e il 2009 e alcuni sono stati concessi. Ad esempio, la Monsanto ha ottenuto il brevetto sui prodotti alimentari derivati dalle “sue” piante gm, e oggi pretende la proprietà privata della bistecca e della pancetta derivate da suini nutriti con i “suoi” Ogm.
Lo scorso 27 aprile è stata rilanciata dalle Ong la campagna iniziata nel 2007, intitolata “No ai brevetti sulle sementi” (www.no-patents-on-seeds.org). Si concluderà con una marcia il 20 luglio, data alla quale la Corte d’Appello dell’EPO emetterà la sentenza sul brevetto EP1069819 concesso alla specie “Brassica” (broccolo tradizionale). Questo brevetto, da tempo impugnato dalle associazioni, è stato scelto come “caso giuridico” in base al quale sarà deciso se Si o No si possono brevettare le piante tradizionali.

Per aderire alla campagna, scrivere a <equivita@equivita.it>

In attesa di poter agire per una revisione generale delle leggi brevettuali in tutto il mondo, possiamo solo sperare che l’EPO prenda coscienza dei danni derivanti dalla privatizzazione della materia vivente  e dalla concentrazione dei mercati alimentari. Essi sono in particolare: crescita dei prezzi, riduzione della biodiversità, maggiore dipendenza degli agricoltori, ma, più di ogni altra cosa … riduzione della sicurezza alimentare, con aumento della fame nel mondo.



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